Giorno 7: Acapulco

 

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Potremmo riassumere la giornata di oggi in una frase, quella dettaci dal nostro autista Domingos, detto Mimmo: “Yo no soy de Acapulco, yo soy Acapulco”. Guida turistica dall’accelerata facile e dalla pronta frenata, Mimmo ci ha portati a zonzo per la città, facendoci vedere tutto quello che d’importante c’è da vedere.

Abbiamo cominciato con lo scendere dal quartiere di La Laja fino alla Costera Miguel Aleman, il lungomare della città, dove si concentrano i grandi alberghi, i locali e la vita notturna. La Acapulco che conta la si trova qui... Si divide in tre parti da nord a sud, dalla meno bella alla più ricca: tradizionale, dorada e diamante. L’abbiamo percorsa tutta a bordo dei nostri pulmini, mentre le nostre guide ci spiegavano le storie di alberghi e locali che hanno accolto personaggi famosi e stelle del cinema. Di tanto in tanto ci siamo fermati a fare qualche foto panoramica, perché Acapulco le merita davvero. I grandi hotel bianchi e le lussuose residenze private si alternano a colline coperte di foresta, che si gettano in un mare calmo e azzurro. A gettarsi in mare sono anche i famosi cliff divers, poco più che dei ragazzini che tuffi da trenta metri d’altezza da una rupe a picco sul mare. Una cosa abbastanza spaventosa, ma alcune delle nostre ragazze hanno trovato quei giovanotti muscolosi molto affascinanti.

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Arrivati alla punta sud della città siamo tornati indietro verso nord e ci siamo diretti alla laguna Coyuca. È un viaggio di quasi 45 minuti, ma ne vale la pena: ad aspettarci c’era una spiaggia lunghissima e completamente sgombra, tutta per noi. Peccato che in quella zona il Pacifico sia un po’ cattivo e non sia consigliato fare il bagno. Poco male: ci siamo consolati liberando in acqua trenta tartarughine appena nate. Una cosa un po’ turistica, dobbiamo ammetterlo, ma erano davvero degli animaletti tenerissimi. Le abbiamo appoggiate sulla sabbia e le abbiamo viste correre verso le onde, venire respinte indietro dalla corrente, rimettersi in marcia, gettarsi a testa bassa nella schiuma, farsi trasportare dal risucchio, raggiungere finalmente l’acqua più profonda e... venire mangiate dai gabbiani e dai pellicani. Una triste fine, ma ce l’avevano detto: solo il 3% sopravvive.

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Ci siamo consolati con un ottimo pranzo in riva al mare a base di pesce. Poi di nuovo in marcia, perché Mimmo aveva per noi un programma serrato. Siamo saltati su due barche e abbiamo risalito il Rio Coyuca per un breve tratto. Raggiunta una spiaggetta ci siamo finalmente concessi di metterci in costume e di buttarci in acqua. Certo non è stato come fare il bagno nel Pacifico: la profondità massima era di trenta centimetri e l’acqua dolce era caldissima. Ma i nostri barcaderos ci hanno montato una rete da pallavolo e ci siamo fatti una partita caballeros contro muheres. Non si è capito chi ha vinto perché nessuno ha pensato a tenere i punti.

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Sempre sulla spiaggia, circondati da un tramonto rosa e azzurro dietro le palme verdi, abbiamo celebrato la messa. Don Andrea ci ha portati ancora un passo avanti parlando della santità e di come si può raggiungere. E se i santi fossero diventati tali perché hanno saputo vedersi non come protagonisti della loro storia, ma come vite che dipendono dal Signore? Noi abbiamo il coraggio di vederci in dipendenza da Lui? Di sentirci davvero figli?

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La sera, in parrocchia, niente balli, festa e musica. D’altronde è lunedì. Ma i nostri amici della parrocchia erano lì ad aspettarci, con la cena pronta per noi e la tavola apparecchiata di fronte alla ringhiera della terrazza, con vista mare. Il menù prevedeva la pizza messicana: una tortilla di mais viola (nemmeno noi ne avevamo mai sentito parlare) con sopra fagioli, formaggio, una salsa non identificata e altro formaggio. Contenti, grati e con gli occhi pieni di meraviglie ce ne siamo andati a letto dalle nostre famiglie adottive, sognando già la giornata di domani. Che prevede mare todo el dia. Invidiateci pure.

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