Il caleidoscopio del mondo

di Chiara Brogi

Voglio studiare antropologia perché credo negli uomini. Detto così suona utopistico e stereotipato, ma per me è la ragione più profonda. Per spiegare perché, devo raccontare come sono giunta a questa conclusione, quali esperienze mi hanno guidata a voler studiare materie così complesse.


Sono cresciuta in un mondo che non conosceva confini. Non riuscivo a immaginare dei soldati che mi chiedevano il passaporto per entrare in Austria, le divisioni fra i Paesi erano completamente fittizie, immaginarie: le linee che vedevo sulle mappe non esistevano nella realtà. Fino al 2015, quando sono andata in Israele.
Il mio viaggio non era motivato dalla fede: facevo parte di un progetto iniziato l’anno precedente, la Settimana della Mondialità, il cui obiettivo è mettere insieme gruppi di adolescenti di Paesi diversi per costruire legami di amicizia. Sin dal primo giorno sono stati presenti ragazzi palestinesi e israeliani, perciò ho potuto capire cosa significhi il conflitto fra Israele e Palestina. Ma ben altra cosa è stata viverlo in prima persona.

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Un quartiere arabo a Gerusalemme est.


Sono stata a fissare il muro tra i loro Paesi,  guardando indietro verso Gerusalemme e in avanti verso la Palestina, e sono rimasta in piedi nella terra di nessuno. Le parole del nostro capogruppo mi si sono stampate dentro: «Non siamo qui per scegliere una fazione e decidere chi ha ragione e chi ha torto. Siamo qui per mediare e aiutarli a risolvere la loro questione da soli». Era una semplificazione, ma la settimana seguente ho tentato di realizzare queste parole e, quando gli animi si scaldavano, agivo come un mediatore. E qualcosa cambiava, i risultati erano reali.


Per dirla semplicemente: voglio continuare a farlo. Perché in quella settimana, nel nostro piccolo gruppo, abbiamo superato anni di dispute e differenze; abbiamo riparato un ponte e, per quanto modesto possa essere nel grande quadro generale, questo ponte tiene ancora. Al ritorno da Israele ho compreso che la politica non è nei miei geni e ho tentato di trovare un compromesso per me stessa: qual era il punto? Cosa avevamo combattuto per tutta la settimana? E d’ora in poi? Avevamo combattuto l’idea che le differenze rendono un uomo migliore o più importante di un altro, che possano creare divisioni insormontabili. In una lezione introduttiva, un professore di antropologia ci ha detto che molti studiosi, analizzando le differenze tra esseri umani, hanno concluso che tali differenze non sono poi così contrastanti. Sono piuttosto parte di un quadro più grande. Perdendosi in un caleidoscopio di colori, in cui non possiamo più distinguere il nostro, le differenze ci rendono simili.


Costruendo mura ed escludendo “i diversi” dimentichiamo che non esiste la vera anomalia, né un motivo di panico nella differenza. Al contrario, questa è il requisito principe per crescere e migliorare insieme. Per questa ragione credo che l’antropologia sia fondamentale nel guidare i processi politici in questi momenti così “arrabbiati”. Scegliere questi studi, per me, è semplicemente scegliere la mia maniera per dare un senso a quello che mi circonda, a tutto quello che ho visto e udito in Israele, a tutto quello che è cambiato negli ultimi anni

 

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