Cos’è la Settimana della Mondialità

Prima

«Tu vedi che in una settimana a quello gli cambio il DNA». Giuliana Rapacioli, responsabile della Settimana della Mondialità, non ha peli sulla lingua e agisce senza mezze misure. Soprattutto quando si tratta di trasformare gli adolescenti e i giovani che arrivano alla Week of the World, molti dei quali senza aver ben chiaro in mente quello che li aspetta. A Villa Grugana, dove si svolgono i sette giorni di attività per ragazzi e ragazze dai 15 ai 20 anni, arrivano da ogni parte del mondo. Sanno che incontreranno coetanei di altre culture, che scambieranno qualcosa con loro, ma non possono immaginare quanto questi incontri trasformeranno il loro modo di vedere le cose.

«Quasi dieci anni fa mia figlia, allora diciassettenne, mi ha chiesto di aiutare lei e alcuni suoi amici a fondare un’associazione che facesse qualcosa per i ragazzi. Ma non roba tipo cucinare dolcetti per le vecchiette, non so se mi spiego» racconta Giuliana, che coordina le attività e la piccola équipe di animatori ed educatori. «Allora abbiamo aperto l’Associazione “A Gonfie Vele” e mia figlia e i suoi amici sono partiti come dei treni. L’estate seguente abbiamo fatto la prima Settimana della Mondialità e da allora non ci siamo più fermati. Inizialmente il Pime ci ha dato una mano a organizzare e un piccolo supporto educativo. Tra diocesi e parrocchie, era l’unica istituzione che poteva capire davvero quello che volevamo fare e come volevamo farlo. Ma oramai “A Gonfie Vele” è autonoma, anche se la presenza dell’Istituto è rimasta sia nell’organizzazione, sia attraverso i padri e il supporto dell’animazione missionaria».

DSC 0028

La mattina degli arrivi, Villa Grugana è un viavai di ragazzi e ragazze che scendono a gruppetti da pulmini e auto. I più timidi si guardano attorno intimoriti, i più estroversi iniziano subito a chiacchierare con gli animatori e con gli altri partecipanti. Si sente parlare inglese, francese, arabo, ebraico, moldavo… Man mano che passano le ore i gruppi si mischiano e le lingue iniziano a ridursi a quelle che capiscono tutti. Nell’aria si sente profumo di aspettative e di curiosità.

«Siamo venuti qui per allargare lo spirito. E anche per vedere l’Italia» racconta Onjas, proveniente dallo Zimbawe, studente in Algeria. È arrivato con alcuni amici cristiani al seguito di padre Piero Masolo, missionario del Pime ad Algeri. «Non vedo l’ora di scoprire cosa faremo e credo proprio che sarà bello». Quando gli chiediamo cosa si aspetta da questa settimana risponde: «Una pienezza spirituale e sociale. Faremo molti incontri e scopriremo come vivono gli altri, come vedono il mondo. Troveremo nuovi modi di interagire con le persone».

«Quando sono arrivato in Algeria ho capito che non sapevo niente del mondo» dice Mika, proveniente dal Madagascar «Era perché non ero mai uscito da casa mia. Quando sono arrivato qui ho sentito di nuovo la stessa sensazione, soprattutto quando ho conosciuto il gruppo dei palestinesi. Sono abituato agli arabi algerini e mi aspettavo avessero la stessa mentalità. Invece i mediorientali sono tutta un’altra cosa. Credo che sia un ottimo inizio…». Jacob, anche lui arrivato dall’Algeria, ma nato in Tanzania, è d’accordo col suo amico: «Quest’esperienza ci darà una migliore comprensione del mondo. Non conosci davvero nessuno fino a quando non ci entri in contatto diretto. La Settimana della Mondialità è una grande opportunità. La nostra domanda è: “È possibile vivere insieme anche se siamo diversi?” Qui spero di trovare una risposta».

Mentre parliamo con il gruppo dall’Algeria i ragazzi continuano ad arrivare. Salta fuori un pallone da calcio e subito sul prato di Villa Grugana comincia una partita Italia-Medio Oriente. In campo ci sono tre o quattro etnie diverse, come minimo. Alla fine della sfida (parità, per non fare torto a nessuno) intercettiamo due ragazze italiane che si sono subito gettate nella mischia.

DSC 0088

«In questa settimana vorrei prima di tutto imparare a giocare a calcio» dice Cecilia, 15 anni, di Pavia «In oratorio non sono mai riuscita a buttarmi così facilmente. Sono venuta qui soprattutto per diventare più sicura di me, per crescere. E per stringere legami e amicizie con dei coetanei da tutto il mondo. È difficile trovare opportunità del genere per quelli della mia età». «Quando ho detto ai miei amici che partecipavo alla Settimana della Mondialità alcuni hanno detto “Che fico!”, altri erano titubanti» racconta Maria Chiara, quindicenne milanese. «Mi hanno detto che sono stata coraggiosa a venire qui. In effetti è un’esperienza impegnativa: c’è un programma complesso, c’è la difficoltà delle lingue, delle culture straniere, dell’integrarsi con gli altri gruppi… Con queste cose non sai mai come va. Ma credo che stia a ciascuno far sì che la settimana finisca bene o male. Bisogna mettersi in gioco, e alla fine si impara a uscire da se stessi e a non fermarsi all’apparenza».

Chiediamo a Cecilia e Maria Chiara cosa pensano che porteranno a casa alla fine della Settimana della Mondialità. «Porteremo quello che avremo vissuto. Ogni persona che incontri ti lascia qualcosa, da dovunque provenga. Torneremo con la voglia di rivedere chi abbiamo conosciuto qui e di conoscere altre persone, ancora diverse. Entrare in contatto con qualcuno lontano da te per cultura e mentalità significa imparare a capirlo, almeno in parte. Capire i suoi bisogni, i suoi desideri personali, quello che gli piace e quello che gli dà fastidio. Tutto questo aiuta a differenziare quello che si vede in televisione e sui social network da quella che è la realtà. Smetti di generalizzare e, quando lo fai, i pregiudizi crollano».

Durante

«L’immagine che mi piace usare per descrivere la Settimana della Mondialità è il crogiolo, l’altoforno» dice padre Daniele Criscione, missionario del Pime in procinto di partire per gli Stati Uniti. «È quel forno per alte temperature che si usa per fondere i metalli e creare le leghe. Per far sì che funzioni si carica a strati: prima un materiale, poi un altro, poi un reagente, poi ancora qualcos’altro. Alla fine lo si accende e a quel punto ogni sostanza fa la sua parte, reagisce con quelle che ha vicino, sprigiona le sue proprietà… e si crea l’acciaio. La Settimana della Mondialità fa la stessa cosa con i ragazzi: mette tutte queste diversità nello stesso posto, poi accende la fiamma e quando è finita i giovani sono legati. È l’incontro con l’umanità, che unisce così». Ma come succede questa magia? Come si accende la fiamma dell’altoforno? «Durante la Settimana si lavora su temi condivisi da tutti: il rispetto, l’accoglienza, la tolleranza; facendo capire che non significano l’annullamento della propria identità, ma sono un confronto che arricchisce. E per far questo dobbiamo accompagnare questi ragazzi nell’affrontare le loro difficoltà, ricucire ferite che per molti di loro sono dolorosissime».

DSC 0031

Ogni anno partecipano alla Settimana della Mondialità dai 50 agli 80 giovani, che affrontano ogni volta un tema diverso. L’edizione di quest’anno li vedrà esplorare quello dell’identità. La Settimana inizialmente chiederà ai partecipanti di capire il “chi ero”: il loro passato, da dove vengono, cosa portano. Poi si passerà al presente, indagando il “chi sono” con giochi e attività educative, tutti legati a un significato ben preciso, frutto di un anno di preparazione dell’équipe. Il dialogo che i ragazzi saranno condotti a fare tra loro non ha paura di gettarsi anche nelle sfide più difficili, come quelle della religione. Un tema molto delicato, soprattutto in questi giorni, soprattutto per certi popoli. Alla Settimana della Mondialità il venerdì è prevista la preghiera musulmana, sabato si apre lo shabbat, domenica c’è la messa cristiana. E nessuno si tira indietro. Al contrario: «Una volta la preghiera del venerdì cadeva con la fine del Ramadan» racconta Paola, una delle animatrici «I ragazzi musulmani erano molto emozionati per il fatto di poter condividere un momento così importante con tutti gli altri. Nei loro paesi non sarebbe mai stato permesso loro di farlo». Solo l’ultimo giorno della Settimana, infine, si affronterà il tema del “chi sarò”, lasciando ai giovani la possibilità di portare avanti nelle proprie vite quello che hanno visto e imparato. D’altronde, come ripetono sempre gli educatori: «La Settimana della Mondialità inizia quando finisce».

Il dopo

«In questi anni abbiamo assistito a delle trasformazioni straordinarie nei ragazzi» racconta Giuliana «Quando arrivano sono spavaldi e guardano gli altri con sospetto. Dopo tre giorni sono tutti in crisi nera e vogliono tornare a casa. Alla fine, invece, nessuno vorrebbe andarsene. Ma la vera magia succede quando sono ognuno a casa propria. Non sono ancora riuscita a capire come succeda. Non si tratta solo di restare in contatto e essere amici su Facebook, tra loro si creano legami fortissimi che superano davvero le barriere».

Quando le chiediamo di farci un esempio, Giuliana inizia a raccontarci le storie dei ragazzi che ha conosciuto in questi anni. Ci parla di una giovane israeliana che alla Settimana ha conosciuto due ragazze palestinesi musulmane. Alla fine dei sette giorni in Italia erano legatissime, ma lei, una volta tornata in Israele, è dovuta entrare nell’esercito. Ha scritto alle sue amiche palestinesi che per qualche anno avrebbero visto solo foto di lei in divisa, e che avrebbe capito se avessero deciso di cancellarla dagli amici di Facebook. La risposta delle palestinesi è stata che la loro amicizia non si poteva cancellare. «Solamente, se mai ci incontreremo a un checkpoint, cerca di essere gentile con noi» le hanno scritto.

DSC 0104

Un altro ragazzo israeliano ha avuto la stessa esperienza con gli amici della Palestina conosciuti alla Settimana della Mondialità. Solo che lui li ha davvero incontrati al checkpoint. «Appena li ha visti» ci ha detto Giuliana «Ha mollato le armi e gli è corso incontro per abbracciarli. Si è fatto tre mesi di carcere, per questo. Ma mentre era in prigione ha scritto un libro di poesie».

Altri giovani cercano invece di costruire a casa loro quello che hanno vissuto in Italia. Un anno sono venuti alla Settimana della Mondialità alcuni ragazzi dell’Uganda. Una volta tornati in patria hanno deciso di replicare lì l’esperienza, incontrando i giovani di una tribù vicina con cui sono in guerra. Hanno cercato di creare legami di pace con loro, per esempio coltivando insieme la terra contesa sul loro confine.

«Qui gettiamo semi di questo tipo» dice Giuliana. «E questo dimostra una cosa» fa eco padre Daniele Criscione «che nel cuore dei giovani c’è davvero spazio per l’amicizia e il dialogo».

Tags: italia, Mondialità, Mondo, WeekoftheWorld