Non sono io che navigo, chi naviga è il mare

Veronica Porzionato, Bangladesh

Sono partita con la certezza che l’esperienza del viaggio in missione avrebbe fatto la differenza: una volta tornata forse avrei potuto rispondere, almeno in parte, alle domande che sin dal primo weekend di Giovani e Missione ci era stato chiesto di “tenere in caldo”. Ero sicura di partire al momento giusto, di andare nella destinazione giusta, insieme alla compagna giusta. D'altronde coltivavo il desiderio della missione sin da quando ero bambina, dunque ero certamente pronta. Niente di più sbagliato. Pensavo a quante cose avremmo visto e a quante ne avremmo fatte, ma mi sono trovata a dover prima fare i conti con i miei occhi, che vedevano, e con il mio cuore, che accoglieva. Per ricredermi su me stessa sono bastati due giorni, l’impatto con il caos della capitale e un viaggio, sul sedile posteriore di un furgoncino, in un traffico che non ha nulla a che vedere con quello di cui siamo soliti lamentarci. Mi sono scoperta fragile, di una fragilità che non sperimentavo da tanto tempo. Incredibile: non desideravo altro che trovarmi lì e tutt’a un tratto ho avuto paura di non essere all’altezza. Me ne vergognavo. Eppure è stata proprio l’esperienza di questa fragilità a permettermi di comprendere qualcosa che ho potuto afferrare solo in seguito: la mia vera missione sono stata io stessa.

Il Bangladesh è stato il luogo in cui tutto si è ridimensionato. Non potrebbe esserci parola più corretta: ridimensionamento. Case che in Italia riteniamo piccole in Bangladesh sono ville. Ciò che a noi sembra poco per loro è più che sufficiente. Luoghi che qui definiamo affollati lì sono sgombri. E, oltre a tutto questo, anche la conoscenza di me stessa ha acquisito una nuova dimensione: ho scoperto luci e ombre con cui ho dovuto convivere, ho visto riaprirsi porte che credevo chiuse e ne ho trovate aperte altre di cui ignoravo l’esistenza. Sono stata costretta a fare un passo indietro: entrare in punta di piedi in questa nuova realtà e lasciare che anch’essa si facesse spazio dentro di me.

So che sono cose che possono spaventare. Ma ho iniziato a scrivere queste parole con l’intenzione di non fare del terrorismo psicologico a chi volesse cominciare Giovani e Missione, e spero di riuscire nel mio intento grazie a quest’ultima raccomandazione: non abbiate paura di avere paura. Non sarete soli: confrontatevi, sfruttate le crepe che si apriranno in voi per far germogliare un seme nuovo. Non siete voi ad avere in mano il timone, lasciatevi guidare e scoprirete le ricchezze che sia quiete, sia tempesta hanno in serbo. Come canta Paulinho da Viola in Timoneiro: «E quando qualcuno mi chiede come si fa a navigare, spiego che non sono io che navigo, chi naviga è il mare».

 

 

Tags: Bangladesh, Giovani e Missione, Testimonianze, Testimonianza, Asia

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  • 10/09/2019
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