Sentirsi amati prima di amare

Chiara Masso, Guinea Bissau

Quel 7 agosto a Malpensa non riuscivo a stare ferma: saltellavo in giro, cercando di contenere il mio animo travolto dalle più svariate emozioni. Non vedevo l’ora di partire. Della missione non volevo perdermi nemmeno un secondo: volevo entrarci e starci da subito. Ma Catiò mi ha smontata.


Con la sua povertà sbattuta in faccia ad ogni angolo. Con il suo mercato dagli odori nauseanti. Con la sua terra rossa che mi toglie le parole, lasciandomi in un silenzio che mi mette i brividi. Con i suoi profondi occhi neri che non mi mollano un secondo. Con i suoi volti seri, imperscrutabili. Con la sua lingua e la mia incapacità di comunicare. Con quel lacerante senso di distanza. Con quel volto di me che non mi aspetto. Con quel sentirmi così diversa, così bianca. Con quelle mie fragili fatiche che non ho calcolato. Con quella mia incapacità di stare, spiazzante.


Ma un giorno ho visto lo sguardo di Dio su di me nel volto di una bambina. Ti scruto, ti osservo: non avere paura, sono proprio qui accanto a te. Fidati. Sciolti dalle catene di aspettative in cui erano imprigionati, i miei occhi hanno iniziato a vedere. Basta un attimo e quello stesso mondo che mi circonda è avvolto di luce. Ecco che la povertà si colora di umanità. Questione di prospettive... Le bancarelle del mercato profumano mentre mostrano i frutti del lavoro della terra. Il silenzio diventa spazio di incontro con la Parola e con un’interiorità che si fa inchiostro sulle pagine del diario. La diversità dei miei compagni di missione è stimolo ad ampliare il mio sguardo. La terra rossa diviene luogo in cui sentirmi a casa. Gli occhi neri che mi scrutano si fanno tramite di un amore che vale ogni rischio. Quei volti seri si aprono nel sorriso di chi sa darti tutto quello che ha, anche se non ha niente. La difficoltà della lingua rinasce come possibilità di aprirsi alla molteplicità di linguaggi che l’uomo possiede. E mi sorprendo di fronte a ricchezze che non sapevo di avere. La mia distante diversità si ricompone in un senso di comunione fraterna davanti all’altare. La mia fatica riscopre un Dio che abita il mio buio, entra nella mia fragilità per abbattere le mie barricate, rompere le mie chiusure, smussare le mie rigidità e aprirmi a un amore che supera la mia umanità. Disarmante.


Catiò è stato contemplare l’autenticità di una vita essenziale. In missione non sono state le grandi cose a fare la differenza, ma quelle piccole. Una cannuccia trasformata in un flauto. Un “batti il cinque”. Il ritornello di una canzone. Una stretta di mano. Un pungo di riso. Un piede nel fango. Un fiore tra i capelli. Un braccialetto. Una bolla di sapone. Una Messa. Un sorriso. Uno sguardo. Non è la grandezza a dire chi siamo, ma quanto ci giochiamo nella nostra piccolezza. Catiò è stato desiderio di mettersi in ricerca e trovarsi inspiegabilmente cercati. Catiò è stato grazia di guardare alla mia vita con gli stessi occhi dei bambini che ho incontrato: un dono prezioso. Catiò è stato smontarsi per puntare al centro, disarmarsi per essere essenziale, vera. Catiò è stato sentirsi amati ancora prima di essere in grado di amare.

 

Tags: Guinea Bissau, Giovani e Missione, Testimonianze, Testimonianza, Africa

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